

Tutto è iniziato nel '98, quando un mio vecchio amico di Ferrara, Giorgio Giaccaglia, allora primario anestesista a Comacchio, mi convinse a fare un'esperienza da medico in un ospedale missionario nel nord del Kenya, a Sololo, un posto, si fa per dire, dimenticato da Dio e dagli uomini!!!
Eravamo a Nairobi, in attesa di spiccare il volo per Sololo su un piccolo e sgangherato aereo da turismo, quando conoscemmo padre Livio Tessari dei Padri della Consolata che ci parlò dei suoi 35 anni in Kenya, fin dai tempi dell'indipendenza di questo straordinario Paese, di cosa aveva realizzato, facendoci visitare la sua ultima Missione. Sembrava tutto finito lì; invece, dopo un anno, padre Livio chiama Giorgio per chiedergli di aiutarlo a costruire un ospedale nella regione del Tharaka e precisamente a Matiri, nella missione dei Padri della Consolata, situata nel Distretto di Meru.
Giorgio, manco a dirlo, accetta subito, e mi chiama per aiutarlo nell'impresa. Rimango perplesso... e mi ritornano in mente le lunghe notti trascorse a Sololo, al buio, sotto il cielo stellato dell'Africa, quando parlando del più e del meno Giorgio mi confidava un suo sogno, quello di costruire un ospedale in terra africana; ed io, tra me, vivendo e constatando quella difficile esperienza, pensavo "ma questo è proprio matto, figurarsi... costruire un ospedale qui dove non c'è nulla, non c'è energia elettrica, non c'è acqua e nemmeno strade asfaltate per le comunicazioni". Poi ho dovuto riconoscere che il "matto" non era solo lui e che lo ero, e lo sono, anch'io, avendo aderito immediatamente alla sua richiesta.
Non è stato facile raccogliere i fondi per la costruzione dell'ospedale; ma è stata, per me, un'esperienza indimenticabile che mi ha permesso di scoprire quanto grande sia il senso di solidarietà della nostra gente e quanto sia grande la voglia di contribuire alla promozione umana e sociale di quello che comunemente viene indicato come Terzo Mondo.
Avevo sempre avuto il desiderio di creare un ospedale in terra d'Africa e le mie molteplici esperienze in Eritrea, in Somalia e poi a Sololo, in Kenya, lo avevano rafforzato. Ma tutto prende corpo quando all'aeroporto di Nairobi nel '98 conosco padre Livio Tessari, con cui immediatamente trovo una splendida intesa, e quando lui, l'anno dopo, viene a Ferrara per propormi di costruire un ospedale in Africa mi sembra la cosa più naturale del mondo.
Eravamo a cena con amici, fra cui ricordo con piacere Riccardo, Alberto, Ermanno, Marta, Lalla e Antonia che, giustamente, chiesero il costo dell'impresa e quando Tessari aggiunse "due miliardi in tre anni" tirai un sospiro di sollievo: ero certo che ci saremo riusciti.
In questa impresa non può mancare Bruno, il mio grande amico di Caserta che mi ha accompagnato nel viaggio a Sololo e che, animato dal mio stesso spirito, accoglierà l'ambizioso progetto con entusiasmo.
Inizia la gara di solidarietà. Costituiamo un'associazione no-profit la "Emiliano De Marco", dal nome di un mio giovane paziente deceduto in seguito ad un grave incidente ed al quale, durante la degenza nella Divisione di Rianimazione da me diretta, mi ero particolarmente legato e iniziamo a raccogliere fondi: l'AVI (Associazione Volontariato Insieme) di Montebelluna con grande generosità mette a disposizione 500 milioni mentre Bruno a Pontelatone crea l'associazione "Una mano tesa per Tharaka".
E così inizia il primo viaggio con Mauro Barioni, il mitico geometra, cardine del gruppo, che dalla "Barioni Hill",l'attuale sala operatoria, tracciava i livelli su cui costruire e che seguirà tutti i lavori insieme ai progettisti dell'Ospedale del Delta del Po, Riccardo Baldi e Giorgio Benea, piegati a disegnare fino a tardi alla luce della lampada a petrolio, e all'impresa Agrikenia di Sulmona nella persona di Guido Zarattini, direttore dei lavori e il signor Cellini, proprietario.
Intanto faccio terra bruciata con la mia carriera e mi dimetto dall'ospedale. Ormai sono a completa disposizione della Missione.
Nell'agosto 2001 viene posta la prima pietra dell'Ospedale di Matiri alla presenza di padre Livio Tessari.
Il progetto mi coinvolge interamente e, dimenticando le difficoltà, mi getto d'impulso in questa avventura. Nessuno crede che possiamo farcela e la gente ci osserva con curioso scetticismo.
È l'ottobre del 2003: di nuovo in volo per Matiri; siamo un gruppo di medici ed un'infermiera per organizzare, mettere a punto gli apparecchi, le sale operatorie, le stanze di degenza, gli ambulatori, per avviare l'attività dell'ospedale. Ma non è prevista la cerimonia di inaugurazione: il vescovo di Meru vuole un periodo di rodaggio prima di inaugurare ufficialmente l'ospedale, per saggiare la capacità di penetrazione della struttura nella popolazione.
E bastato poco tempo per capire l'importanza dell'unico presidio ospedaliero della zona: in tre mesi, sotto la guida di Giorgio, ormai in pensione ed in sede stabile a Matiri, l'ospedale effettua oltre mille ricoveri, oltre cento interventi chirurgici e sviluppa un'attività ambulatoriale con una frequenza media di almeno 150 pazienti al giorno.
Questo è sufficiente per convincere il Vescovo a promuovere, il 31 gennaio 2004, una grande cerimonia di inaugurazione con la presenza delle autorità politiche, amministrative e militari della regione del Tharaka.
È certo un'occasione a cui non posso mancare e quindi nuovamente in volo per Matiri. Ma questa volta mi spinge un altro più intrigante motivo, per me di grande orgoglio: per la prima volta riesco a portare con me un'intera équipe medico-chirurgica campana. Hanno, infatti, risposto al mio appello due chirurghi del Cardarelli, Carlo Molino e Patrizio Festa, che si alterneranno, ed un mio vecchio amico anestesista di Caserta, Mario Vaccaro.
Per un disguido tecnico sul volo da Roma a Nairobi, Carlo, Mario ed io siamo costretti ad una corsa contro il tempo per essere presenti alla cerimonia. Arriviamo a Nairobi nella tarda serata precedente il giorno dell'inaugurazione.
All'aeroporto ci aspetta Moses (detto Schumacher, ce ne accorgiamo dopo perché) l'autista del fuoristrada dell'ospedale. Un breve riposo all'Ostello delle Suore della Consolata (Matiri dista da Nairobi 200 km, di questi una buona parte sono di pista sterrata, e non è affatto prudente percorrere il tragitto di notte) e poi alle quattro dei mattino si parte o, meglio, si corre, con lo spericolato Moses, verso la meta, per arrivare in tempo.
Arriviamo a Matiri in tempo.
Nel piazzale dell'ingresso principale è stato già preparato il tutto per la cerimonia: il palchetto d'onore delle autorità, le panche per il pubblico e, in grande evidenza, la bandiera italiana accanto ai colori nazionali del Kenya. C'è solo il tempo per un caloroso abbraccio con gli amici di Ferrara, che già da qualche giorno sono sul posto, e poi via tutti alla cerimonia.
C'è il vescovo di Meru, il rappresentante locale del Governo del Kenya, le massime cariche dei missionari della Consolata di Nairobi e una moltitudine di funzionari governativi del distretto di Meru. C'è una grande quantità di gente venuta dai villaggi e dalle missioni vicine (comunque distanti 10-12 ore a piedi).
La cerimonia è semplice: il discorso del vescovo, che ringrazia singolarmente le associazioni che hanno costruito l'ospedale, è pronunciato in italiano, particolare da noi molto apprezzato. Tra un intervento e l'altro ci sono magnifiche esibizioni di gruppi locali, vestiti e truccati in modo caratteristico, con balli e canti tradizionali: è una festa di colori caleidoscopica.
La cerimonia termina con una solenne benedizione dei locali dell'ospedale e del pubblico che assiste. Un unico cruccio mi angoscia: l'assenza di padre Livio, venuto a mancare pochi mesi prima del completamento dell'ospedale.
La prima paziente è stata una partoriente che per recarsi in sala parto ha voluto fare una doccia e lo shampoo, forse l'unica della sua vita con l'acqua che scorre dalle condutture. Grande soddisfazione, da parte sua, per una piccola grande comodità che l'ospedale poteva fornire. E grande sollievo anche per noi per via delle tante sofferenze che ci aveva creato la messa in opera degli impianti igienici, delle docce e degli scarichi: perché Kamanjia, l'idraulico del cantiere, quelle cose lì non le aveva mai viste messe in opera in vita sua...
La gioia che ha riempito i nostri cuori durante e dopo la festa dell'inaugurazione dura, purtroppo, poco...
E’ arrivato il momento per il gruppo degli amici di Ferrara di rientrare in Italia, non prima però di aver lasciato una sacca del loro sangue: l'ospedale è pieno di bambini con grave anemia da malaria e ci sono pazienti da operare che hanno bisogno di trasfusioni.
Solo Giorgio rimane ancora un giorno con noi: c'è in programma un'importante intervento chirurgico e Carlo, che Giorgio attendeva appunto per questo, potrebbe aver bisogno proprio di lui. L'intervento riesce benissimo. Carlo è soddisfatto per il suo primo intervento in terra d'Africa, ed ancor di più lo è Giorgio che adesso sa di lasciare la sala operatoria in ottime mani.
Stiamo tutti godendo di questo, allorché giunge una notizia che ci raggela: il fuoristrada che conduceva a Nairobi i nostri amici è stato coinvolto in un brutto incidente; le quattro donne, Ivana, Antonia, Alessandra e Irene, hanno subito gravi traumi: fratture della clavicola, dello sterno, delle coste e Ivana, la più grave, la frattura della mandibola e lo sfondamento dell'acetabolo.
Non c'è tempo da perdere... Giorgio parte con un mezzo di fortuna alla volta di Nairobi; vuole con sé Carlo per organizzare soccorso ed assistenza alle sfortunate amiche. E cupo, sento mormorargli come una nenia, fra le lacrime: "È la fine dell'associazione, è la fine di tutto..." "No Giorgio" - mi viene da dirgli per scuoterlo - "non è possibile che tutto finisca, Dio non può abbandonarci proprio adesso".
Restiamo a Matiri Mario, Ruggiero (un giovane validissimo infettivologo), le due fisioterapiste, Paola e Franca, ed io, attoniti, impotenti, in ansiosa attesa di notizie sulle infortunate; notizie che ci giungono contraddittorie e, quello che fa più male, molto scarne.
Penso all'assurdità della cosa: rivedo le ragazze che a turno, anche di notte, partivano dal nostro alloggio, la "Casa del tamarindo", verso l'ospedale per accudire amorosamente la piccola Ruth, una neonata miracolata, e mi sembra impossibile oltre che profondamente ingiusto che le nostre amiche abbiano dovuto subire una tale disgrazia.
Finalmente riusciamo a contattare Carlo con un telefonino, il quale ci ragguaglia della situazione. Le ragazze, dopo un primo soccorso in un improbabile ospedale periferico poco od affatto attrezzato, sono state ricoverate al Nairobi Hospital (... dopo un versamento di 11.000 dollari solo di cauzione). La situazione è molto seria anche se non c'è pericolo di vita; nel giro di quattro giorni si riuscirà ad organizzare il rientro in Italia. Sapremo dopo che fondamentale è stata la presenza di Carlo che ha fatto valere al cospetto dei colleghi di Nairobi la sua esperienza, dovuta all'impegno quotidiano svolto presso la Chirurgia d'Urgenza dell'ospedale più grande ed importante del Mezzogiorno d'Italia: il Cardarelli.
Siamo più tranquilli ma il morale è sempre giù: le ferite, anche se non mortali, sono tuttavia molto serie. Serpeggia tra noi scoramento, delusione, grande amarezza e poca propensione a reagire. Ed allora tocca a me che sono il più "vecchio" del gruppo scuotere l'ambiente: chiamo i ragazzi e dico loro: "Abbiamo un ospedale da gestire, ci sono 70 pazienti da seguire e molti seriamente gravi, almeno 150 pazienti da visitare al giorno in ambulatorio; non possiamo permetterci tentennamenti, occorre reagire alla cattiva sorte. L'ospedale non deve finire, anzi, a maggior ragione, il modo migliore per onorare le nostre quattro eroine è di continuare l'opera. Si ritorna tutti al lavoro con lo stesso entusiasmo di prima". L'adesione fu spontanea e totale.
A proposito, le nostre quattro amiche sono poi ritornate a Matiri!